dic 25
Natale a Kolkata



In nome di Ramakrishna e dell’unione di tutte le religioni, il Natale a Kolkata è da sempre una festa per tutti. Questo me lo spiega un ambulante di addobbi natalizi musulmano, a Suder street. Intorno a noi palazzi rivestiti di luci e neve finta.
Vecchi successi di Bollywood sparati dagli altoparlanti si aggiungono all’abituale caos assordante delle strade. Kolkata mi piace subito.
Da Goa, ambasciatrice di Motherindiaschool, arrivo a Kolkata per studiare un progetto sui ragazzi di strada in collaborazione con una ONG locale.
Ho dieci giorni di tempo e una mappa segnata da cerchi di penna blu che indicano gli slum dove vivono i ragazzi di strada e i quartieri in cui lavorano.
La vigilia di Natale sono a Dum Dum, lo slum più grande della città che si estende lungo la ferrovia. Le case senza muratura, compresse una sull’ altra, vacillano allo sfrecciare arrugginito dell’ espresso. Un gruppo di bambini mi corre subito incontro, alcuni lavorano in città come lustra-scarpe, altri indossano la divisa immacolata della scuola e i capelli pettinati. Prima mi occhieggiano timidi, poi in un crescendo di entusiasmo e salti e urla, mi trascinano nel loro luogo dei giochi: i binari.
Io tremo ad ogni fischio in lontananza, eppure a Dum Dum i binari sono usati per stendere i panni e come toilette, ci sono famiglie che pranzano e donne che allattano, una vita che sparisce e si ricompone come nulla fosse al passaggio dei treni stracarichi. I bambini si fanno fotografare a cavalcioni sulle portantine che i loro padri, uomini-risciò, trascinano a braccia durante il giorno, correndo scalzi in mezzo al traffico della città. Un fosso riempito d’ acqua separa lo slum dalle case ricche in cui le madri lavorano come inservienti. Al tramonto Dum Dum è un brulicare di attività, come un alveare in cui ognuno inventa la propria sopravvivenza. C’è anche il barbiere, il centro estetico e l’emporio.
Per 13 rupie giornaliere, c’e chi costruisce batterie, bottoni, suole e palloncini. Alla luce fioca di allacci elettrici abusivi, l’atmosfera della sera mi riscalda il cuore. Il fumo dei cocchi bruciati agli usci per allontanare gli insetti mi arrossa gli occhi, e crea un velo di nebbia bianca che aleggia a mezz’aria. Dalle porte aperte sbircio le donne nei loro movimenti aggraziati, poesie di un attimo, prima che si accorgano della mia presenza e mi invitino ad entrare per un tè chai. Ne bevo una decina, mi piace entrare nelle case. Le anziane mi accarezzano attratte per la mia pelle bianca e il mio viso straniero. L’ odore acre misto di cenere, chilly e urina mi riempie le narici e mi perdo in minuti di soli sguardi e gesti: è il vantaggio di parlare lingue diverse. Una ragazza appena sposata ha appeso ad una parete la scatola di cartone che conteneva il sari del suo matrimonio, me lo mostra, ha la mia età. Prima di salutarmi, come benedizione, mi attacca un pallino rosso in mezzo alle sopracciglia.
Venti minuti su una Embassador gialla, bastano per entrare in un altro mondo, le immagini dello slum si sovrappongono alla città che scorre dal finestrino e che avvicinandosi al centro, diventa sempre più luccicante, sempre più natalizia: l’altra faccia di Calcutta. A Park Street, librerie, caffè letterari, locali alla moda, insegne luminose come nel centro di una città europea. Gli ambulanti friggono samosa più che mai, le donne indossano sari rossi brillanti e si fotografano con Babbo Natale dalla pelle scura.
Scivolo in un locale frequentato dai giovani moderni di Calcutta dove ho appuntamento con Mendi, una studentessa di lettere mia coetanea. Avverto su di me sguardi imbarazzati, quando il cameriere, inamidato in un completo bianco e cappellino natalizio, mi fa notare che sono nel locale riservato agli uomini. Mendi porta i capelli corti sotto l’orecchio, parla un inglese pimpante velocissimo che a volte faccio fatica a capire, saluta amici ai tavoli, ordina con disinvoltura un rum e coca e sostiene ad alta voce di non essere fidanzata per via di una scarsità statistica di uomini in India e della loro sempre più spiccata tendenza all’omosessualità. Siamo dirette ad un party organizzato per la vigilia di Natale, dall’altra parte della città. Sulla metropolitana, questa volta trovo subito il mio posto nella panca per “ladies only”. Il party è in un appartamento vuoto, tutti ventenni universitari, e una sola bottiglia di vino nascosta come un tesoro in uno zaino. Si suona rock and roll, dai Rolling Stones a Janis Joplin, le ragazze fumano sigarette.
Ci divertiamo. E’un party di Natale, siamo tutti di religioni diverse e come regalo tutti mi cantano “volare” di Modugno.

Anna Deva Bernasconi

dic 19
Tutti verso la dea Yallamha



11-14 dicembre 2008, luna piena

Partiamo da Goa per Saundatti, nel Karnataka, per un reportage sulla dea Yallamha. Siamo quattro donne di Motherindia school. Shobha, direttrice e fotografa, io Champa, la sua assistente, Deva, fa riprese video, Anu è la nostra astrologa consigliera. Sette ore di macchina per incontrare la dea Yallamha. Attraversiamo piccoli villaggi, campagne, i colori sono di terra e acqua, i bambini lavano i bufali al fiume, le scimmie aspettano i turisti alla cascata, piccole bambine luminose pascolano le pecorelle del villaggio. piantagioni di riso, palme e alberi secolari.

E’ il tempo della raccolta dei pomodori. Ci fermiamo lungo la strada, una donna china sul terreno lentamente li divide, la luce del sole brilla tutto intorno e il suo sari si scioglie tra colori.
I pellegrini sono in marcia da giorni, allegre fanciulle alla guida di lunghe carovane, pentole, legna per il fuoco da ardere, vecchi, bambini, caprette, muli, bufali dalle grandi corna colorate di giallo, in onore della dea yellamha, annunciano il loro arrivo.

Ci lasciamo immergere nell’India più antica, si parla solo il karnata, il dialetto del luogo. E’ un sogno!

Ci troviamo nel piccolo villaggetto di Saundatti. Siamo spinte con forza dai pellegrini dentro una delle quattro porte del grande tempio, ci trascinano nel vortice continuo e circolare, una sottilissima polvere di tamarindo color ocra ricopre tutti noi e ci benedice.
C’è chi urla, chi si rotola a terra, chi invoca, posseduto dallo spirito della dea Yellamha, vibrando forte come casse di risonanza della terra che coltivano.

Il simbolo della dea Yellamha è scolpito in ogni luogo, due serpenti s’incrociano, il maschile e il femminile.
Donne, devadasi, eunuchi, ballerine, ex prostitute, fachiri, contadini e pellegrini, vecchie sciamane, solcate da rughe profonde ricoperte di polvere di tamarindo, con forza ed energia muovono intorno a loro, tra la gente, lo scettro della purificazione, una folta chioma di capelli neri legati ad un piccolo bastone argentato.
Tutto è molto forte,come il peperoncino del cibo che mangiamo. Un piatto grande con riso, lenticchie, e tante salse speziate, il tali.
Shivani è l’albergo che ci ospita, l’unico per europei decente di Saundatti. Al nostro arrivo mancava tutto, acqua calda, luce, lenzuola, carta igienica e asciugamani, e le chiamano “camere de lux”.

La celebrazione continua. Il ritmo delle percussioni è forte, travolgente. Una donna balla tra tanti tamburi. Il suo sari è bianco, ha una lunga treccia e ai piedi scalzi porta cavigliere con sonagli. In verità non è una donna, è un eunuco che balla sotto la luna piena.

Gaia Champa